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Salute · Prevenzione

Perché a lui sì e a te no

Geni, infanzia ed età di esordio: perché la vulnerabilità alle dipendenze non è uguale per tutti

Due persone bevono le stesse quantità, per gli stessi anni, nelle stesse serate. Una si ferma quando decide di fermarsi. L'altra no. La differenza non è il carattere: è scritta nei geni, nell'infanzia e nell'età in cui si è cominciato.

È l'osservazione che chiunque abbia frequentato una compagnia ha fatto almeno una volta. Nello stesso gruppo, con le stesse abitudini, uno solo «ci resta dentro». E siccome sembra l'unico ad aver perso il controllo, se ne deduce che sia l'unico ad averne avuto poco. La ricerca degli ultimi trent'anni dice un'altra cosa: la vulnerabilità alla dipendenza non è distribuita in parti uguali. Alcune persone partono con un rischio molto più alto, e non ne hanno alcun merito né alcuna colpa.

Quanto pesa l'eredità

Gli studi sui gemelli e le grandi ricerche genomiche concordano: la vulnerabilità è ereditaria dal 40 al 60 per cento. Attenzione a come si legge questo numero: non esiste «il gene della dipendenza». Esistono oltre tremilacinquecento varianti genetiche identificate finora che, sommate, spostano il rischio. Nessuna di queste, da sola, decide niente. Insieme, contano quanto quasi tutto il resto messo insieme.

I quattro numeri da ricordare

40-60% — quota genetica della vulnerabilità (NIDA Genetics, 2024)4 volte — il rischio in più di chi inizia a usare prima dei 14 anni (SAMHSA, 2023)10 volte — il rischio in chi ha subito quattro o più esperienze infantili avverse (Felitti et al., CDC)50% — le persone dipendenti che hanno anche un altro disturbo mentale (OMS, 2023)

Quello che decide la biologia

  • L'età in cui si comincia. È il fattore più brutale e il più ignorato: chi inizia prima dei quattordici anni ha quattro volte più probabilità di sviluppare una dipendenza. Il cervello adolescente è ancora in costruzione, e la parte che si completa per ultima è proprio quella del giudizio e del freno.
  • L'epigenetica. Traumi infantili, stress cronico ed esposizione a sostanze in gravidanza modificano il modo in cui i geni si esprimono, senza cambiare il DNA. Sono effetti che si trasmettono ai figli.
  • Il sesso. Le donne sviluppano dipendenza più rapidamente degli uomini e a dosi inferiori. Si chiama telescoping effect, ed è una delle ragioni per cui i consumi femminili vengono sottovalutati — anche dalle dirette interessate.

Quello che decide la vita

  • Le esperienze infantili avverse. Abuso, trascuratezza, violenza domestica assistita: la ricerca le chiama ACEs, e chi ne accumula quattro o più ha un rischio fino a dieci volte superiore. È il dato più robusto di tutta la letteratura sulla prevenzione, ed è anche il più scomodo, perché sposta il problema dalla sostanza a quello che c'era prima della sostanza.
  • Gli altri disturbi mentali. Depressione, ansia, ADHD, disturbo post-traumatico, disturbi di personalità: una persona su due tra chi ha una dipendenza ne ha anche uno. Spesso la sostanza è arrivata dopo, come autocura di qualcosa che nessuno aveva diagnosticato.
  • La famiglia. Avere un genitore dipendente raddoppia il rischio, per via genetica e per via ambientale insieme.
  • Il contesto. Marginalità, povertà, assenza di prospettive, gruppi di riferimento in cui l'uso è la norma.

Un equivoco da evitare

Nessuno di questi fattori è un destino. Vulnerabilità alta non significa «diventerà dipendente», e vulnerabilità bassa non significa «può fare quello che vuole». Significa una cosa sola: che a parità di comportamento il rischio non è lo stesso, e che quindi il consiglio «basta stare attenti» non vale ugualmente per tutti.

A cosa serve saperlo

Serve a spostare la prevenzione dove funziona. La prevenzione generica — la campagna uguale per tutti, l'incontro in aula magna, il manifesto in corridoio — ha effetti modesti e ampiamente misurati. La prevenzione selettiva, quella che si rivolge alle persone con un rischio più alto, funziona: bambini cresciuti in situazioni avverse, adolescenti con disturbi mentali già diagnosticati, figli di genitori dipendenti.

E serve, molto concretamente, a chi una vulnerabilità alta ce l'ha e non lo sa. Se in famiglia c'è una storia di alcolismo, se si è cominciato a bere a quindici anni, se si convive da tempo con un'ansia mai curata, l'informazione utile non è «non bere»: è sapere di essere in una categoria diversa, dove il margine tra abitudine e problema è più sottile che per il vicino di tavolo.

C'è poi un effetto collaterale di questa conoscenza, e non è secondario. Sapere che la vulnerabilità si eredita, che l'età di esordio pesa quattro volte, che un'infanzia difficile pesa dieci, rende molto più difficile guardare una persona che ha un problema e pensare che se lo sia scelto.

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Dr.MarcoTarducciFormatore, scrittore, ricercatore, consulente

Hygiene Care SAS

Articolo divulgativo, tratto dal corso «Dipendenze — Conoscere per Prevenire» di Hygiene Care SAS. Non costituisce parere medico. Fonti: NIDA Genetics 2024; SAMHSA 2023; Felitti et al. (CDC), studio ACEs; OMS 2023.